La danza del potere · settembre 2026

Chi si arrende per primo

Dominazione e sottomissione — due capacità che nessuno ci insegna

Lascia che ti porti sotto un vulcano.

Tardo pomeriggio, una tenuta ai piedi dell'Etna, e la montagna che fuma là sopra come se stesse pensando ai fatti suoi. Dentro: tappeti per terra, odore di legno e di fiori, gente scalza. Io sono in piedi in mezzo alla stanza, e dietro di me c'è una ragazza con una corda in mano.

Tra un istante lascerò che sia lei a decidere dove va il mio corpo.

E qui ti serve un dettaglio: sono sei giorni che ho tutto sotto controllo. Il suono di ogni cosa che suona, il mio concerto, le mille cose che devono quadrare, la mia faccia. Sei giorni che decido io. E adesso sto per consegnare a una sconosciuta l'unica cosa che non ho mai consegnato a nessuno.

Ti racconto questa scena non per farmi bello, e nemmeno per confessarti una stranezza. Te la racconto perché in quei minuti ho visto in diretta la dinamica che governa ogni incontro della tua vita — la fila alla cassa, la cena di famiglia, il primo appuntamento — e che nessuno ti ha mai insegnato a riconoscere.

Quando è stata l'ultima volta che hai lasciato il controllo a qualcun altro —
non perché eri stanco,
ma perché l'hai scelto tu?

Ma andiamo con ordine.

Sono appena tornato dal Kama Etna Festival: sei giorni ai piedi del vulcano, centocinquanta persone che provano a togliersi un po' di armatura.

Ero lì come artista: ho tenuto un concerto di chitarra classica, uno di quelli in cui a un certo punto la sala smette di respirare e resti solo tu, le corde e il tramonto sul vulcano. Ma avevo anche la responsabilità del suono, e facevo parte dell'organizzazione. Tanta responsabilità, e tanto controllo da tenere.

E in mezzo a tutto questo seguivo i laboratori.

Finché una mattina mi sono svegliato con una fame che non avevo previsto: quella di non decidere più niente. Di lasciare andare il controllo, anche solo per un'ora.

Puoi avere tutto sotto controllo.
Ma non per sempre.
Nessuno ce la fa per sempre.

* * *

Il patto detto prima

Torniamo a quella stanza. In uno dei laboratori del festival si imparava a legare. Corde di canapa, nodi, un corpo che si consegna e un corpo che lo tiene.

Mi sono fatto legare da una ragazza. E prima che toccasse la prima corda le ho detto la frase che è la chiave di tutto l'articolo: «Non aspettarti che io ti leghi dopo.»

Lo so come suona. Ma è il contrario di quello che sembra. In quel momento non avevo niente da restituire, e dirlo prima è stato l'unico modo per non fregarla. Niente scambio, niente debito nascosto sotto il tavolo. Volevo lasciare andare. Punto.

Lei ha accettato sapendo. Ed è solo perché sapeva che io ho potuto mollare davvero.

Una resa contrattata non è una resa.
È un investimento.

Un manichino da sartoria avvolto da un intreccio di corde di canapa, illuminato dalla luce di una candela
La cordaNon trattiene chi non ha deciso di lasciarsi tenere.

Cosa sia successo dentro quelle corde non te lo racconto. Ti do solo la scoperta: nell'istante in cui ho smesso di decidere dove stava il mio corpo, ho sentito quanta forza bruciavo ogni giorno per una cosa che credevo gratis.

Avere la situazione sotto controllo costa fatica. E te ne accorgi solo quando smetti.

* * *

I cani

L'anno prima, stesso posto, avevo fatto un esercizio semplicissimo. Si cammina per la stanza. Quando incroci qualcuno vi fermate e vi guardate, e lì si decide: o uno dei due si sottomette all'altro — e allora la dinamica comincia — oppure non succede niente, e si continua a camminare finché non trovi qualcuno a cui cedere il controllo, o qualcuno a cui prenderlo.

Come i cani che si incontrano la prima volta. Si annusano, si girano intorno, e in tre secondi — senza un ringhio — è già stabilito chi abbassa la testa. Nessuno ha parlato. Eppure il patto c'è.

E qui viene la parte che mi ha rovinato l'innocenza: lo facciamo anche noi. Entri in un bar, ti presentano qualcuno, incroci uno sconosciuto per strada. Chi parla per primo. Chi abbassa lo sguardo. Chi sceglie il tavolo. Chi ride della battuta dell'altro.

Ogni incontro comincia con una domanda
che nessuno pronuncia:
chi ha il controllo, adesso?

Due ballerini di tango, uno di fronte all'altra in una piazza notturna, prima dell'invito
L'incontroTre secondi, e il patto è già fatto — senza una parola.
* * *

Il braccio che cede

Quest'anno il laboratorio l'ha condotto un'altra facilitatrice, e la forma era ancora più povera. Per questo funzionava meglio.

Ci si prende per le braccia. Uno spinge, l'altro resiste. Si resta lì finché quello che resiste non decide di cedere. Poi ci si scambia.

L'ho fatto con una ragazza che mi piaceva parecchio, il che ha reso l'esercizio decisamente meno teorico. Ha cominciato lei, quindi il primo ad arrendersi sono stato io. Poi l'ho preso io, e lei si è lasciata andare. Due cose, in dieci minuti.

La prima: la resa non arriva dalla stanchezza, arriva da una decisione. C'è un istante preciso in cui potresti ancora resistere e scegli di no. Quell'istante è tuo. Non a caso arrendersi viene da reddere, restituire: non stai perdendo qualcosa, stai ridando qualcosa che tenevi stretto senza sapere perché.

La seconda: fanno paura tutte e due. Cedere ti espone. Ma prenderlo ti rende responsabile — devi sapere quanto spingere e quando fermarti. Non è potere gratis. È peso.

Cedere non è perdere.
È scegliere l'istante in cui smetti di spingere.

* * *

La mattina dopo

Il giorno dopo mi sono svegliato pieno di energia. Ho incontrato la ragazza che mi aveva legato, e prima ancora che dicessi qualcosa mi ha confessato una cosa sua: le era rimasta addosso la voglia che stavolta fossi io a prendere il controllo, e lei a lasciarsi andare fino in fondo.

Abbiamo cercato una sala libera. Ci siamo detti prima cosa sarebbe successo e cosa no. Poi ho preso io il controllo.

Ed è stata la cosa più bella della settimana — non per me, per quello che ho visto succedere a lei. A un certo punto ha lasciato andare il controllo davvero, e il viso le si è riacceso. Non è un modo di dire: era un'altra faccia. Sembrava le avessi tolto cento chili di dosso.

Lì ho capito che non stavo prendendo niente. Stavo reggendo. Chi prende il controllo, se lo fa bene, non possiede l'altro: sostiene un peso che l'altro, per qualche minuto, ha finalmente il permesso di posare.

Non le ho tolto la libertà.
Le ho tolto il peso del controllo.

Una ballerina si abbandona all'indietro tra le braccia del suo compagno, che la sostiene
La resaIl momento in cui potresti ancora resistere — e scegli di no.
* * *

Poi sono tornato a casa

Ed è cominciata la parte scomoda: quando hai visto questa cosa, non riesci più a non vederla.

L'ho vista a tavola, in famiglia. Sto raccontando una cosa che mi sta a cuore e qualcuno mi interrompe per dire che alla carne manca il sale: in tre secondi la stanza ha cambiato padrone e il mio racconto è finito lì. L'ho vista in chi parla senza lasciare un varco, mentre aspetti uno spazio che non arriva mai. L'ho vista in un bambino che fa i capricci al momento esatto in cui due adulti stavano per dirsi qualcosa di importante — perché in quel momento comanda lui, e lo sa benissimo. E l'ho vista in chi arriva sempre in ritardo e ti tiene lì ad aspettarlo.

Nessuno di loro è cattivo, e quasi nessuno se ne accorge. È questo il punto: la dominazione è sottile. Ma quando l'hai vista una volta, la vedi ovunque.

Ed è tutta lì la differenza. Al festival c'era un accordo, e c'era una fine. A casa no. Così la spinta e la resistenza restano lì per anni, e diventano il tono della voce, il silenzio a tavola, l'occhiata che ti fa finire la frase a metà.

In un laboratorio la dinamica di potere dura venti minuti.
In una famiglia dura trent'anni,
e nessuno l'ha mai chiamata per nome.

* * *

La cornice

Il gesto è sempre lo stesso. Quello che cambia è quello che gli sta intorno.

Al festival c'era una parola che poteva fermare tutto, in qualsiasi momento: stop. E ce n'erano altre due per i gradi intermedi — arancione per rallentare, rosso per mettere in pausa. Poteva dirle chiunque, in qualunque istante, e venivano rispettate subito: senza discutere, senza doversi spiegare, senza fare la figura di quello che rovina il gioco.

Fuori da lì quella parola non esiste. Nessuno te la dà e nessuno te la insegna. La dinamica comincia senza essere dichiarata e non c'è niente che la fermi — ed è per questo che la vita di tutti i giorni è molto più subdola di una stanza con le corde.

L'unica cosa da fare è fabbricarsela. «Aspetta, fammi finire.» «Adesso no.» «Basta così.» Parole piccole, scomode, che quasi nessuno usa. Ma con quelle puoi spingere senza rompere niente. Senza, chi prende il controllo diventa un prepotente e chi lo lascia andare sparisce.

Senza accordo è sopraffazione.
Con l'accordo è medicina.
Il gesto è lo stesso.

* * *

Perché è intelligenza sessuale

Perché è lì che nasce la corrente.

Torna all'esercizio delle braccia. Uno spinge, l'altro cede: in quel momento tra i due c'è una differenza di potenziale, come tra i due poli di una batteria, e l'energia passa. Non serve crederci: basta guardare in faccia le persone mentre lo fanno. Si accendono.

Adesso togli la differenza. Due che spingono uguale si sfiancano: sono le coppie che si giocano il potere ogni giorno, su tutto — chi ha ragione, chi decide dove si va, chi ha fatto di più per l'altro — e vanno a dormire esausti ogni sera senza che nessuno dei due abbia mollato di un centimetro.

Due che cedono uguale, invece, non si muovono: sono le relazioni gentilissime, in cui nessuno prende mai il controllo e nessuno si lascia mai andare. Si spengono, e i due non sanno dire perché.

Non manca l'amore, né nell'uno né nell'altro caso. Manca la differenza di potenziale.

Ed è la stessa corrente che accende il desiderio. Potete volervi un bene enorme, ma se i due poli sono identici, a letto non succede niente.

Poi c'è la parte che riguarda te. Prendere il controllo e lasciarlo andare sono due muscoli, e quasi tutti ne allenano uno solo. Chi ne ha uno solo non sta scegliendo niente: fa la stessa cosa con tutti, sempre, per tutta la vita.

Chi non sa lasciare il controllo non lo tiene.
Lo subisce.

* * *

Da domani

Puoi cominciare oggi, senza corde e senza laboratori.

Guarda i primi secondi dei tuoi prossimi tre incontri: chi parla per primo, chi abbassa lo sguardo, chi si scusa senza avere colpa. Non giudicare, guarda. Accorgersene è già metà del lavoro.

Poi chiediti quale dei due muscoli non hai mai allenato. Tieni sempre il controllo, anche quando lo lasceresti andare volentieri? O cedi sempre, e chiami pace il non aver mai deciso niente? La risposta non ti piacerà, e va bene così.

E poi prova, una volta. Con qualcuno di cui ti fidi, mettendovi d'accordo prima: dieci minuti decido io, dieci minuti decidi tu. Una passeggiata a occhi chiusi, con l'altro che ti conduce. Una cena in cui sceglie uno solo, dal posto al piatto. Quello che fate conta poco. Conta che l'abbiate detto prima.

E se c'è una frase scomoda da dire, dilla prima. La mia era «non aspettarti che io ti leghi dopo». La tua avrà un'altra forma: «non aspettarti che ti richiami», «non aspettarti che dopo io stia bene». Detta prima è un patto — l'altro sa cosa sta accettando, e tu puoi lasciarti andare senza sentirti in debito. Tenuta per dopo diventa un conto da pagare, e a pagarlo è sempre l'altro.

* * *

Sono tornato da quei sei giorni con una cosa che a scuola non insegnano. Non siamo fatti per tenere sempre il controllo, e nemmeno per cederlo sempre. Siamo fatti per saper fare tutte e due le cose, e per scegliere quale, con chi, e per quanto. Non è carattere, è mestiere. E i mestieri si imparano.

Io ho cominciato a impararlo a trentasette anni, ai piedi di un vulcano, con una corda intorno ai polsi e una frase detta prima.

Prendere il controllo è una capacità.
Lasciarlo andare è l'altra.
Chi ne ha una sola, non ne ha nessuna.

Avanti.

* * *

Da dove nasce

Questo articolo nasce dal Kama Etna Festival 2026: sei giorni ai piedi dell'Etna, tra laboratori, fuochi e templi notturni.

Se questi temi ti chiamano,
il libro Intelligenza Sessuale — La Via del Fuoco li attraversa capitolo per capitolo.

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